Io sono spagnolo

Quando una cultura di morte non può essere spiegata. E neppure capita

Non capisci. Non capisco. Siamo troppo distanti. Tu cosa vedi? Io vedo l’ombra e vedo il sole, vedo porte socchiuse e sento sbuffi secchi. Chiamarla corrida non ha senso, non è corretto. Quelli che sono fuori dalla Plaza la nominano così. Chi è dentro, invece, va a los toros e vede la corrida solo in quel fatale momento. Soltanto quello. È tutto impossibile da spiegare perché ognuno rimane fermo sulla sua posizione. Ma tu non capisci e io non capisco perché tu non voglia capire. Io sento respiri lunghi che diventano corti, cuori che si fermano per un istante e poi continuano a battere, cuori che si devono fermare in quell’istante per poi non battere più. In Catalunya non si uccidono più tori dal 2012. Hanno votato contro questa pratica barbara. Ma la Catalunya non è Spagna e chiudere col passato vuol dire chiudere con Madrid. Nel nome del sangue taurino si difende l’identità popolare. Troppo facile. L’Andalucia non voterebbe mai per la fine di questa pratica barbara, l’Andalucia è in Spagna. Chi non vuole, non può. E quelli che mangiano quintali di pipas sui gradoni non vogliono e, quindi, non possono. Mangiano pipas e sputano le bucce sopra i loro piedi. Mangiano nervosi e bevono alcolici. Quelli aspettano solo il rabo, la coda. Quelli vivono una partecipazione sociale che diventa culturale e finisce per trasformarsi in catarsi. Quelli sono spagnoli. Inutile, non capisci. Non sei spagnolo. Il toro de lidia è un animale che può arrivare a seicento chili: nasce e cresce per combattere. È un toro spagnolo. Senza tutto questo lui non esisterebbe. E non soffierebbe nelle radici mentre il cancello di legno del toril aspetta di spalancarsi sul pubblico. Ecco, in quel momento tu fai il tifo per lui. Com’è giusto che sia. Lo vedi scattare sull’arena e sai già che non ce la farà. Primo errore, lui può farcela. E tu lo speri. Gli altri, invece, sperano vinca il coraggio. Ed è qui il punto. Ed è qui che comincia il tercio de varos con il toreador che saggia la potenza dell’animale istigandolo con il capote, un grosso drappo rosa all’esterno e giallo all’interno. Il toro carica, il matador torea. E tu non capisci ma io ammiro entrambi. Poi entrano i picadores a cavallo e con la vara de picar pizzicano quella massa nera ansimante, la indeboliscono. Troppo facile dici tu. Ma io ho rispetto per la bestia che carica il cavallo, lo incorna, riceve altri colpi dalla picca e, allora, io fischio perché il coraggio del toro va rispettato e non si può infierire così su di lui solo perché il picador non riesce a colpire e a cavalcare. Tu hai comprato un biglietto al sole perché spendere troppo non ha senso per questo schifo. Io ho comprato un posto all’ombra perché sei tori sono lunghi da vincere e perché sono spagnolo: non vorrei finisse mai questo schifo. Al tercio de banderillas ho visto molto ma non ho visto quello. Tre personaggi in cerca di autore con due aste di legno da settanta centimetri con un apione di sei centimetri per quattro. Lo provocano, lo fanno arrabbiare, lo sfidano e lo infilzano. L’asta si sfila dall’arpione e rimane attaccata a esso tramite un pezzo di corda che fa ballare i colori sulla schiena del toro. E lui s’incazza. Parecchio. E t’incazzi anche tu. Ma io lo vedo ancora vivo, lo vedo cattivo, lo vedo maledettamente pericoloso. Ed enorme. Al tercio de morte si compie il tutto. Prende la muleta, un drappo piccolo di flanella rossa. E comincia a far girare su sé stesso quella belva sconvolta dalla fatica, con la lingua penzoloni e le zampe che non lo reggono più. Ha un solo, disperato, desiderio: incornare quel maledetto drappo che gli balla davanti agli occhi. E chi lo muove, quel drappo, lo sa benissimo e lo stanca all’infinito. Che, poi, diventa finito. Una volta…olé…due volte…olé…tre, quattro, cinque, sei giri…oooooolè! Il toro sanguina, il torero non vuole sanguinare. È una danza di morte senza sconti, senza remore e con un solo vincitore. Che non si muove necessariamente su due zampe. L’indulto, lo chiamano. E se lo chiama il pubblico, il torero non può far altro che concedere al toro la vita. Succede quando l’animale combatte con particolare ferocia e irruenza, quando l’animale non vuole soccombere e non mostra segni di cedimento alcuno. In quel caso, dagli spalti si chiama l’indulto e il toro vince. E il torero vive. Cosa che non succede quando la muleta non basta per irretirlo e le sue spaventose corna colpiscono e recidono…uccidendo. Ma quando l’estoque riesce a partire e s’infila tra le scapole arrivando al cuore, beh…allora vince l’uomo. Il toro barcolla, la vista si annebbia, il pubblico applaude, l’assassino aspetta il tonfo e la sabbia trema sotto lo schianto dell’ucciso. È finita. Tu hai un moto di orrore, di pietà e di vergogna. Io sono spagnolo. Io chiedo al giudice il premio: la coda, quando la faena (il lavoro) è ben fatto. E quando il tutto finisce io continuo a essere spagnolo, continuo ad aspettare los toros, continuo a portare mio figlio. Tu, invece, continui a pensare che sia tutto assurdo pentendoti di essere stato parte di questa follia collettiva. Ma tu non capisci. E io non posso farti capire.

tratto dalla seconda edizione di Athleta Magazine

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