L’elefante di pezza

Sono un elefante di pezza. Ho grosse orecchie e lunghe zanne, tutto decisamente morbido. Sono grigio di colore ma la pancia è inspiegabilmente bianca. Non ho bocca eppure la proboscide cade sopra un’espressione compiaciuta. Onestamente sono bello, simpatico sicuramente. Un tipo, si direbbe. Non ho un nome, anche se chi mi ha comprato tende a personalizzare tutto quello che possiede. Sono entrato in casa verso febbraio, credo. Forse faceva freddo, anche se io non sento nulla per via del mio ripieno di stoppa. Che mi tiene caldo oppure freddo: sono un elefante di pezza, non soffro gli sbalzi di temperatura. Mi hanno messo sopra una mensola e ho sentito le loro risate, quelle sì mi sembravano calde. Forse mi prendevano in giro per via del bianco sulla pancia, l’ho detto che quella scelta cromatica non mi convince. Loro ridevano e avevano occhi belli, specie quelli di lui. Perché lei era bellissima a prescindere, era bellissima comunque.  Nessuno mi ha mai spiegato cosa fosse la vita ma, da quella mensola, ho capito che in casa ce n’era parecchia. La potevi quasi toccare: aveva la forma rotonda di un pallone da basket e i colori pieni di una polinesiana di Gaugain. Sono un elefante di pezza e queste cose le ho imparate in poco tempo. Lei aveva una pancia piccola su gambe esili, lui era un orso dalla voce alta. Si cercavano, si guardavano, si parlavano e ridevano. Mamma quanto ridevano! Lui faceva tutto con lentezza, le sue mani grandi la tenevano chiusa come in un guscio di noce e come sopra un guscio di noce erano entrambi alla deriva nella tempesta, venti forti e vele sempre sul punto di strapparsi. Erano due persone normali e, per questo, venivano considerati pazzi, diversi, strani, folcloristici. Si amavano. Non in maniera banale, senza parole facili: godevano di ogni singolo momento in cui stavano insieme. Ho gli occhi di plastica ma vedevo tutto e il mio sorriso era veramente compiaciuto. Ho capito che loro mi avevano voluto per qualcuno che volevano e che stava arrivando. A marzo, poi, non c’era più neve. La domenica si mettevano una sciarpa con due colori e parlavano di prendere il bus perché la bicicletta non si poteva usare e bisognava partire parecchio prima per arrivare in orario. Poi tornavano stanchi e lui chiamava chiunque al telefono per discutere di una squadra che non vinceva mai e che comunque loro avrebbero continuato a seguire. La mia vita era tutta in quella stanza, aspettavo e guardavo. E ascoltavo. Sono un elefante di pezza, valore trentadue euro e un’etichetta cucita proprio sotto le chiappe. Ho sentito i dialoghi di mille film e sono sfuggito a nove agguati di un cane nero che manifestava il chiaro intento di mangiarmi. O solo strapparmi una delle orecchie di cui sopra. Ho visto un ragno penzolare dal soffitto e ho sentito la pioggia battere sulla finestra della mia stanza. Ad aprile ho sentito il silenzio, lungo e doloroso. Non ho capito nulla. Sono un maledetto elefante di pezza, nessuno mi ha spiegato niente. Lui è entrato nella mia stanza e si è seduto per terra, il cane gli ha annusato la mano e si è sdraiato con la testa sopra le sue gambe rimanendo completamente fermo e con gli occhi aperti. Gli occhi dell’orso, invece, erano chiusi ed erano pieni di acqua. Non rideva come al solito, piangeva. Dalla mia mensola ho conosciuto la disperazione di chi sembrava invincibile ma era sconfitto senza aver combattuto la battaglia. Il cane respirava piano e regalava un calore impercettibile in uno spazio ghiacciato. Al telefono non parlava più di quella squadra, non parlava di niente. E piangeva da solo. Ma piangeva per due. E’ passata una notte, nessuno di noi tre si è mosso di un millimetro dalla propria posizione. Io, lui e il cane. Poi è arrivato maggio e ho scoperto di essere pieno di polvere. Ho cercato di capire perché le risate fossero finite, all’improvviso. Ho ascoltato bene, giuro, ho ascoltato ogni singola parola. Ho sentito di un cuore che non batte più, di una cosa che s’interrompe e della sfortuna che non esiste perché la vita funziona così: il guscio di noce era affondato ma non c’erano naufraghi, si continuava a restare in mare aggrappati a un piccolo pezzo di legno. Lei non aveva più pancia su gambe esili, lui di pancia ne aveva anche troppa. A maggio sono finito dentro una busta di plastica e ho abbandonato la mensola, la stanza, il cane, lei, i film, le sciarpe con due colori. Oggi sono un elefante di pezza con le zanne annerite dal tempo e vivo sopra la scrivania di lui. Sono in un ufficio caldo d’inverno e freddo d’estate ma a me non cambia nulla. Lo guardo picchiare con le dita sopra una tastiera e i suoi occhi sono sempre belli. Lo ascolto di nuovo ridere con tutti quelli che vengono a chiedergli qualcosa. Lo vedo mangiare panini con il prosciutto e lo vedo scartare di nascosto un cioccolatino. Al telefono parla ancora di quella squadra che continua a non vincere mai ma discute anche di viaggi, progetti e idee. Io continuo ad avere un sorriso sornione e non perché sono senza bocca. Io sorrido quando il suo telefono emette una piccola vibrazione e lui lo guarda con finto disinteresse e compiaciuta soddisfazione: è lei. Un microscopico messaggio e lui si stira sulla sedia allungando gambe lunghe e zampe da orso in letargo. Sento il respiro profondo e vedo la felicità sotto i peli della barba di lui: lei è la sua unica, profonda, inestimabile felicità. Sono solo un elefante di pezza ma nella mia vita di giocattolo ho visto l’amore. E scusate se è poco.

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