Non solo pugni

Ricordo il caldo. E il rumore di chi trattiene il fiato. Una sensazione emozionale più che una percezione uditiva: una chiara aspettativa che si verificava tra un colpo e l’altro. Un colpo e un colpo e un colpo. Se tolgo dalle mie orecchie la lotta, rimane solo l’attesa. E l’attesa s’impadronisce di quei volti che stanno aspettando. Riguardo un’immagine: sono tutti uomini che aspettano. E una donna, c’è una sola donna, che mi guarda nell’obiettivo. «Cosa sei venuto a cercare?». Sembra dire. Io sono qui per il lethwey, almeno credo. Ho volato fino in Birmania, ho preso un autobus da Yangoon, ho avuto quindici ore di colori, odori e sudore, ho preso una moto per entrare nella foresta, sono arrivato nel microscopico villaggio di Thaung Pyng e ho visto un’arena di bambù costruita per la festa nazionale dello stato Mon. Io sono qui per il lethwey, sono sicuro. Vengo dall’Italia per questo. Sono qui per vedere la violenza di un’arte marziale che ammette solo vincitori per ko. Sono qui per vedere la violenza di un’arte marziale che può avere un vincitore anche dopo due ko: è la regola del two minutes rest, un time out di due minuti che l’angolo di ogni lottatore può richiedere anche quando questo è al tappeto. Io ricordo il caldo. E i monaci buddisti seduti sulle tribune di legno con il loro arancione che sta sotto la testa. La testa, l’ultima delle nove armi ammesse dopo due pugni, due gomiti, due ginocchia e due piedi. Nel lethwey si combatte così. E lo si fa anche dai dieci anni, magari dopo aver abbandonato la campagna nella speranza di guadagnare i 7000 dollari che un top fighter può arrivare a prendere in un incontro. Sono cifre mostruose per chi vive con XXX verdoni al giorno. Sono cifre destinate a pochi e per poche occasioni. La vita del professionista è allucinate e allucinata. Ogni anno ci sono centinaia di eventi, dai piccoli tornei organizzati durante le feste di paese fino ai combattimenti del Thein Byu Indoor Stadium di Yangoon che vengono trasmessi in diretta dalla televisione di stato. «Si, ma cosa sei venuto a cercare?». Io cerco la guerra chiusa in un recinto, le schiene dipinte, i pantaloncini di raso, il folklore socialista. Io sono qui per lo sguardo da mocassino di Ione Chavv, la leggenda nazionale che ha detto basta e adesso allena chi non ha nessuna intenzione di dire basta. Io sono l’unico occidentale presente fuori dal ring. Dentro le corde, invece, c’è un russo che verrà massacrato dal campione Tun Tun Min, nome da barzelletta che non fa ridere nessuno. Sono qui per uno sport che elegge un campione nazionale facendolo diventare Dio ma che, fuori dall’ufficialità accennata, vuole solo due uomini sulla faccia della loro terra. E con loro un medico, chiamato a decidere se le ferite sono così profonde da imporre una sospensione; sono onesto, non l’ho mai visto fermare nessuno. Forse sarà successo in altri luoghi o in altre galassie. Io che sono stato nella palestra Thut Ti della capitale Yangoon, dove ho visto come si allenano e dove vivono. Uno sopra l’altro, uno contro l’altro. E ricordo il viaggio, le ore di autobus, la foresta, la moto, la Birmania. Da dove non esce questa arte marziale che i vicini thailandesi considerano troppo anche per il loro mae thai. E poi ricordo il caldo. E ricordo di essermi seduto in silenzio aspettando. Come tutti. Tra un colpo e l’altro. Cos’altro avrei dovuto cercare? Era tutto lì.

tratto dalla prima edizione di Athleta Magazine

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