Senza barriere

Urko Carmona non si pone limiti

La montagna ti guarda immobile, non ama l’arroganza e punisce la fretta. Il coraggio è sempre un rischio calcolato, un modo di vivere in sicurezza con al consapevolezza che il tempo può cambiare e quello che prima sembrava sole adesso diventa fatica. Non è una questione di  quanto, piuttosto, di rispetto, preteso sempre e concesso mai. In questo chiaro, e impari, rapporto di forza, può un uomo senza una gamba avere rispetto della montagna? «Io sono parte di essa. Veniamo dalla natura  e con essa dobbiamo rapportarci nella maniera più consapevole possibile perché lì ritorneremo». Urko Carmona Barandiaran arrampica. Ha nervi sfrontati e statura da fantino, cavalca la paura vivendo in  un furgone. Alla ricerca della presa perfetta. «A sedici anni sono stato travolto da un camion, sono entrato in coma e mi sono visto sul vagone di un treno con mio padre mentre viaggiavamo verso una luce fortissima. Lui mi dice di riposarmi perché quella luce è ancora lontana e io mi addormento vicino a lui. Svegliandomi all’improvviso lo chiamo chiedendogli dove fosse finita la nostra meta finale e, nell’agitazione, scendo dal letto dell’ospedale. Sono uscito da questo sogno ma sono anche caduto per terra strappandomi la flebo: pensavo di rimettermi in piedi ma mi mancava una gamba». Sono passati quattro giorni dall’incidente, Urko è ancora vivo. Un mese in ospedale e poi via a Pedraforca, Pirenei catalani. Lì aveva cominciato due anni prima con il suo mentore Juan Monti. «Servivo ai tavoli e lavavo piatti per mantenermi in estate. E appena avevo un minuto libero   scappavo ad arrampicarmi. Dovevo tornare subito in quel posto per mettermi alle spalle l’incidente». Si ricomincia con una protesi e le cose sembrano funzionare nonostante le difficoltà iniziali («Anche mettersi le scarpe diventava un problema enorme»). Fino a quando risulta chiaro che penzolare su uno strapiombo viene meglio senza l’aiuto artificiale raggiungendo gradi di difficoltà che questo trentunenne di Alicante (ma con nome e mamma basca) non aveva mai neppure immaginato. «Oggi scalo pareti da 8A+, se ci pensi è incredibile». Calcolando che, nel climbing, si parte dal tre e si arriva al nove per misurare le imprese in questione, non è difficile dare un senso al record di questo ragazzo dalla parola svelta e dal sorriso ben chiaro. Ridurre, però, a semplici numeri quello che è un vivere di sensazioni pare perlomeno ingeneroso. Oltre che stupido. «Quando sono in parete io mi sento realmente libero perché riesco a controllare contemporaneamente il corpo e la mente nel tentativo di trovare la giusta concentrazione. Nella vita di tutti di tutti i giorni capita che tu sia fisicamente in un posto ma che il pensiero chissà dove finisca! Nell’arrampicata questo non succede perché sei costretto a vivere il momento, a vivere il presente. Questa consapevolezza dell’istante è il mio concetto di libertà». Gli esempi portati a supporto della sua tesi paiono duri e romantici allo stesso tempo, giusto per sottolineare lo spessore del personaggio. «Pensa a un guerrigliero nella foresta, la tensione data dalla paura di morire si unisce allo spirito di autoconservazione e lo costringe a rimanere con la testa sul suo fucile. Non gli è permesso divagare. Allo stesso modo un bambino che decide di giocare con un semplice barattolo non pare desiderare altro nel mentre lo stringe tra le mani, lui è lì con il suo passatempo. Non gli serve altro». Accostamenti forti che danno un senso al tutto definendo chi nello straordinario cerca continuamente la normalità. «Le persone che ti vivono intorno, familiari e non, che ti fanno sentire un handicappato. Sono loro che ti pongono dei limiti anche quando questi non ci sono. Io vivo con alcune difficoltà ma questo non mi impedisce di godere di tutto quello che faccio». Non è un caso che questa visione solare della vita coincida anche con un riconoscimento sportivo di primaria importanza. Lo spagnolo, infatti, è stato inserito nel terzetto che, nell’ambito dell’Arco Rock Legend, si giocherà il prestigioso La Sportiva Competition Award, un vero, e riconosciuto, oscar dell’arrampicata dedicato a chi, risultati sportivi a parte, ha avuto un reale impatto sul movimento dell’arrampicata con il proprio stile. «Il solo fatto di essere stato nominato è per me una vittoria. Possono sembrare parole banali ma non lo sono perché i miei amici mi hanno sempre visto come un climber mentre le organizzazioni internazionali hanno sempre messo la definizione “para” davanti al mio status di arrampicatore. Essere paragonato ad atleti normodotati è una sensazione magnifica che spero serva da sprone a tutti quelli che nella vita hanno deciso di arrendersi». Rimane la solitudine, quel cercare nella fatica un riposo ancora più forte. Perché la montagna è per tutti ma da tutti vuole qualcosa. Si, un uomo con una gamba sola può rispettarla. Perché, prima di tutto, rispetta la vita.

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