KB3 e le 42 triple doppie

Il suo amico

Il rumore e il silenzio in un secondo e otto decimi. Il rumore dei tifosi che ti fischiano contro, il rumore degli avversari che chiamano la difesa, il rumore della palla infilata nella retina, il rumore della sirena finale. E, poi, il silenzio. Di quei tifosi che ti fischiavano contro e di quegli avversari che chinano la testa e guadagnano gli spogliatoi. A te rimane l’abbraccio dei tuoi, il canestro della vittoria e un record pazzesco. Russell Westbrook mette insieme 42 triple doppie in una sola stagione e lo certifica il 9 aprile 2017 nella partita vinta allo scadere contro Denver. TRIPLA DOPPIA. Ci pensi e metti insieme punti, assist e rimbalzi in cifra…doppia. Appunto. Non è facilissimo farlo. Ci pensi meglio e capisci come sia mostruoso farlo in quarantadue partite. Che a scriverlo in lettere impressiona di più. Tu ci pensi. Ma lui…a cosa pensa? Il record, ok. La gioia del momento, benissimo. La gloria eterna, bravo. Eppure lui non pensa a questo. Russell Westbrook si guarda i polsi e vede i suoi braccialetti di gomma morbida. Su quello arancione c’è una scritta azzurra che dice WHY NOT? e ci sono due lettere e un numero KB3. Su quello bianco, invece, c’è il senso di tutto e si legge RIP KHELCEY. Ecco, lui pensa ad altro. A un altro.

 

Russell e Khelcey vivono nella stessa via a Howthorne, in California. Uno di fronte all’altro. Il primo sta con i genitori e si è trasferito da Los Angeles quando aveva dodici anni. Il secondo, invece, è sotto il controllo della nonna. Il primo ha due anni in meno del secondo ma sono inseparabili. Specie quando si parla di basket. Si sfidano virtualmente a NBA Street con la Game Cube e si passano la palla realmente con la maglia della Leuzinger High School.

 

Precisiamo, però, i ruoli di questa storia. Barrs Khelcey ha sedici anni e sfiora i due metri, nella cameretta ha il poster di Kevin Garnett e nel cortile dietro casa cerca di imitare i movimenti della stella dei Timberwolves. Il ragazzo è una leggenda delle scuole superiori, diversi college gli hanno già offerto una borsa di studio ma lui sogna solo UCLA. Da buon losangelino. Ama ballare ed è uno parecchio portato allo scherzo. Catalizza su di sé le simpatie di tutti, si fa ben volere. Ed è un leader carismatico. Adora la sorella Chelcey e la scorta a scuola ogni giorno. Adora il fratello minore Joseph e si addormenta in un microscopico lettino vicino a lui ogni sera anche se avrebbe a disposizione una stanza (e un letto…) tutta per lui. Russell, invece, ha quattordici anni ed è ancora un ragazzino gracile. Gioca un buon basket ma nulla fa presagire al suo futuro da star. È un introverso di natura ma risulta essere un buon studente. Insomma, è l’antitesi di Barrs. Eppure la loro amicizia cresce e si rafforza giorno dopo giorno tanto che i due stringono un patto di ferro: Russell aiuterà Barrs a migliorare i suoi voti e Barrs aiuterà Russell a migliorare il suo basket. I risultati sono straordinari. Alla fine dell’anno scolastico, la stella del basket locale porta a 3.0 il suo Grade Point Average (la media voti…) e il ragazzo silenzioso arriva vicinissimo a entrare nel quintetto base della squadra.

 

L’11 maggio 2004, l’allenatore della Leuzinger High School porta, come ogni giovedì, i suoi migliori giocatori nelle strutture del Los Angeles Southwest College per una serie di partite d’allenamento organizzate su tre campi affiancati. Sui primi due ci sono adulti, prospetti e giocatori comunque formati. Sul terzo, invece, c’è spazio per i cestisticamente meno “evoluti”. Inutile dire che Khelcey spadroneggia tra gli adulti. Si giocano quattro partite per ogni campo e, alla fine della quarta, Barrs si avvicina ai suoi compagni per fare due chiacchiere prima di andare in doccia. Russell, invece, ha concluso prima il suo impegno ed è già a casa. Quando il “lungagnone” si affloscia sul parquet dell’impianto, tutti pensano a uno dei suoi soliti scherzi. Ma il ragazzo non si rialza e, a quel punto, scatta l’allarme. Barrs si riprende e dice agli amici riuniti intorno a lui: «Hey! Cos’è tutto questo movimento?». Sono le sue ultime parole. Chiude di nuovo gli occhi e muore al Centinela Hospital Medical Center di Inglewood. Un grave ipertrofia del cuore, dicono. Un disturbo di cui nessuno sapeva soffrisse. Neppure lui. Né tantomeno lo poteva sapere Russell, il suo miglio amico.

 

E qui veniamo alla parte finale della storia. Westbrook rimane senza il suo riferimento e si mette a completa disposizione della famiglia dell’amico: sbriga tutte le commissioni che Barrs faceva per sua nonna e “adotta” i suoi fratelli tanto da arrivare a lavare ogni settimana i capelli di Chlecey. Ma, soprattutto, cambia la sua vita decidendo di vivere il sogno di Khelcey. Comincia a spingere al massimo in ogni singolo allenamento e costruisce passo dopo passo il suo titolo di MVP dell’NBA sfruttando la borsa di studio che gli offre proprio la tanto sognata UCLA. Il tutto senza mai dimenticare la sua unica, enorme, fonte d’ispirazione. Porta il nome dell’amico ovunque. Dalle scarpe ai braccialetti su cui scrive KB3 per ricordare le sue iniziali e il suo numero di maglia. E scrive WHY NOT? Per ricordare a sé stesso che tutto è possibile se lo si vuole con feroce determinazione. Ma, soprattutto, porta l’amico nel cuore. Quel cuore che ha tradito Barrs ma che adesso batte forte per lui nel petto di Russell Westbrook.

tratto da Run’N’Gun Philosophy

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