La mosca

Seduto sulla sedia di paglia con il bicchiere di vino poggiato sopra il tavolo di legno, lo sguardo duro sotto il cappello e il bastone curvo nella mano sinistra. La mosca ferma sull’indice della mano destra. Il dito si muove di scatto, la mosca si alza e si abbassa di nuovo. Sull’indice della mano destra. Il dito si muove. E la mosca vola. Poi cammina con piccole zampe che solleticano la pelle indurita dal tempo. Accarezza la cicatrice che sembra un anello all’altezza della seconda falange. Circolare e non completa ma profonda quanto basta a immaginarsi una qualche sventura. O disattenzione. O follia. O tutte queste cose insieme. Sale l’irritazione rassegnata: la mosca è sempre lì. La mosca è sempre stata lì. Dal 1943.

 

Camminando sotto il portico il passo è stanco. Forse svogliato. Si sente fuori dal tempo, con i minuti contati. Troppo veloce il mondo, una serie di eventi che infastidiscono. Che incattiviscono. Invecchiare fa schifo. Ogni santo giorno pensi a quello che avresti potuto fare ma che, a conti fatti, non sei mai stato in grado di fare. Autoassolutorio. Ma queste sono le solite banalità che potrebbe pensare chiunque. Non lui. Perché la mosca gli ricordava l’inizio di tutto e non aveva nessuna intenzione di regalargli una fine. Lei volava su di lui. Lui bestemmiava e lei batteva le ali vicino all’orecchio pieno di peli, amplificando il fastidio. Per la mosca e per la vita. La mano era troppo lenta per prenderla ma anche la bomboletta spray non avrebbe potuto nulla. Anzi, non aveva mai potuto nulla. La mosca c’era sempre ed era tornata con lui dall’Africa.

 

L’Africa.

 

Quando si aspetta la morte il tempo non passa mai. Così pensavano tutti. E, allora, facciamolo passare questo tempo! Magari divertendoci. Che, pensandoci bene, domani andremo sotto le bombe inglesi e chissenfrega cosa succede questa sera. Compare la chiave della cambusa, il nome dell’eroe di turno non ha importanza. Neppure il suo volto esiste. Si sente solo il rumore della serratura che scatta e della porta che si apre: il Bengodi. Scatolette di carne, gallette rafferme e un sacco di patate. Ma il vino degli ufficiali dov’è? Abbiamo sete, abbiamo voglia di sentirci per una sera a casa. Con gli amici. Ubriachi. Raccontandoci di donne, pallone e montagna. Le bottiglie vengono aperte alla velocità della luce, senza i bicchieri si beve dal collo e sul collo finisce il rosso che la bocca non trattiene. La felicità esiste anche in questo buco di culo del mondo, in Tripolitania. In guerra. Con gli inglesi che ci massacreranno domani. Ma non questa sera. Questa sera siamo a casa, siamo all’osteria e parliamo di donne, di pallone e di montagne.

 

Quando il calcio di un fucile gli fece ingoiare un dente capì che la festa era veramente finita. «Siamo in guerra! Dove cazzo credevi di essere? All’osteria? Con gli amici a parlare di pallone? Di donne? O delle vostre merdose montagne?». Il capitano veniva da Sori, vicino Genova. Non poteva capire le storie di montagna. Tipo quando lui era salito alle Bocchette Brescia e sotto la grandine il suo amico Francesco gli aveva indicato due stambecchi così vicini da poterli toccare. BAM! Secondo colpo, questa volta nello stomaco. Il dolore si sentiva eccome eppure la serenità degli stambecchi sembrava essere un appiglio a cui aggrapparsi. «Chi cazzo ha rubato le chiavi della cambusa?». Gli stambecchi mangiavano tranquilli e guardavano lui e Francesco, senza muovere un muscolo se non una mandibola che pareva indipendente dal resto del corpo. BAM! Calcio di fucile sullo zigomo e sensazione di totale stordimento. Stava perdendo i sensi. Ma non era ancora finita.

 

Il Capitano Bassini gli prese l’indice della mano destra e con il peso del suo ginocchio gli blocco la mano per terra. Poi sfilò la baionetta dal cinturone e comincio a premerla sulla seconda falange. «Chi ha rubato le chiavi della cambusa?». Adesso la voce sembrava calma, quasi conciliante. Non rispondere era una scelta accettabile, da vero camerata. La baionetta cominciò a incidere la carne. L’urlo, spaventato e terribile, arrivò con un secondo di ritardo. Il dolore era mostruoso, mai provato. La lama aveva viaggiato per un paio di centimetri prima di fermarsi. Si sforzò di non guardare il suo dito, la sua seconda falange. Non riusciva a dire niente, piangeva e basta. Adesso non era più all’osteria. E non aveva voglia di parlare di nulla. Il taglio si allungò di un altro centimetro e ci impiegò un anno. Voleva solo che finisse tutto. Voleva il suo dito. Voleva il suo misero dito. «È stato Cugola». Disse con un filo di voce. Non era stato Cugola. Ma tutti gli altri fecero sì con la testa.

 

La mosca era il soldato semplice Davide Cugola. Era la maledizione che lo accompagnava da quel giorno. La sua anima si era incarnata nel più fastidioso degli insetti, quello che viene associato alla merda. E lui si sentiva una merda da allora. Senza soluzione di continuità. Quando quel ragazzo di Mantova fu messo davanti al plotone d’esecuzione lui credette di essere dal cinematografo: troppo sproporzionata la reazione del capitano! Cosa avevano fatto di così grave? TA-TA-TA-TA-TA. È la guerra, il rumore sordo di un sacco pieno di patate che cade da qualche metro. E poi il caldo secco, la notte stellata e gli inglesi che cannoneggiano sulle loro postazioni. Cugola è morto. È morto dopo aver pianto la sua innocenza, aveva bevuto come tutti e non si ricordava nient’altro. Lui, invece, aveva rubato la chiave e gli aveva spalancato le porte dell’inferno. O, visto l’evolversi dei fatti, i cancelli del paradiso. TA-TA-TA-TA-TA. E fu così che comparve la mosca.

 

Tornato in Italia pensò di andare a trovare i genitori per spiegargli tutto: vostro figlio non c’entrava nulla…la colpa è mia! I buoni propositi durarono il tempo del viaggio in nave. Poi il treno da Brindisi, la sua città e le sue montagne. La guerra è finita, Cugola è morto. E con lui tanti altri e tanti genitori piangono i tanti altri che sono morti come lui. Adesso, pensò, è il tempo di ricostruire. E di costruire: una casa, un lavoro, una moglie, dei figli. I buoni propositi erano rimasti sulla nave. Ma non la mosca che lo seguì ovunque. Anche quando, sfidando le leggi della natura, se la trovava nei rifugi alpini a temperature impossibili per quei maledetti insetti. La mosca era il soldato semplice Davide Cugola con tutta quella carica di rancore che solo un morto ammazzato ingiustamente poteva avere. E sessant’anni di rancore possono essere un periodo infinito, una punizione terribile e un’angoscia infinita. Con quel camminare quotidiano sul collo…BASTA! BASTAAA!

 

Arrivato nei pressi del ponte di pietra sentì mancare il fiato e la vista si annebbiò gradualmente. Sentiva il ruggito del fiume sotto di lui ma non distingueva l’acciottolato della strada, le gambe si piegavano lentamente e, all’improvviso, si trovò sdraiato per terra con la faccia rivolta verso il cielo. Riuscì a distinguere delle ombre intorno a lui che urlavano e chiamavano aiuto. Non vedeva più niente, non sentiva più niente. E non respirava. Cercò un pensiero felice prima di andarsene e, mentre faceva una rapida rassegna della sua vita, si accorse che la mosca non c’era più. Lo aveva lasciato in pace e in pace doveva andarsene. Ma, in quel preciso istante, capì tutto e fu come vedersi spalancato l’abisso. La mosca non era mai esistita. Non era mai esistita. Mai esistita. Era rimasto sempre da solo con il suo senso di colpa. Non verso la morte di un essere umano (in guerra, cinicamente, si muore!) quanto piuttosto nei confronti di quel coraggio che non aveva avuto. Quell’incapacità di prendersi una responsabilità anche di fronte al timore del più tremendo dei castighi. Era stato pavido ma, cosa ancora più grave, non aveva rispettato quelle regole che ci differenziano dalle bestie. Che ci rendono consapevoli di quanto possa essere bello vivere. Aveva fallito come essere umano perché la paura lo aveva spinto a mentire. Era morto così.

 

Sul corpo di un vecchio ormai cadavere cammina lenta e beffarda una mosca. Si avvicina al suo naso senza respiro. Poi vola sula giacca inutile e decide di planare vicino alla cicatrice del dito. Una lucertola sbucata dal nulla spara la lingua e se la mangia.

 

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