Aperitivo

«Certo la città non è più quella di una volta». Oddio, dove vuole arrivare? «Troppi stranieri, troppi negri. Non ho niente contro di loro. Poverini, non mi hanno mai fatto niente di male. Però sono troppi». Lo sapevo, comincia a farmi male lo stomaco. «Per fortuna adesso c’è un sindaco di destra. Come si chiama?». Se non lo sai tu, cogliona. «Dai, come si chiama?». Non male dimenticarsi il nome del nuovo salvatore della patria, la tua patria. «Alessandro Orsini!». E questo chi cazzo è? «Lo hanno eletto con il 60% dei voti. Al primo turno. C’è voglia di legalità!». Aggiunge lo splendido che si è intromesso in questo vitale connubio. «Alessandro Orsini! Bravissimo. Per fortuna adesso c’è lui». Fa eco la oca. «Beh, dai, in centro non si può più camminare da soli…». C’è d’avere paura. «…c’è d’avere paura». Ecco, appunto. Paura di essere stuprati. Anche se sei uomo. «Possono stuprarti da un momento all’altro». Bingo! «Ma come? Hai paura tu che sei un uomo!». Alzo il sopracciglio, la bionda ha avuto un sussulto di dignitosa intelligenza. «Sì, forse hai ragione. Anche gli uomini devono aver paura». Nooooo, ci avevo quasi creduto. Ce l’avevi fatta. E invece niente da fare. Hai deciso di condannarti al nulla con cui stai cercando di avvolgermi da almeno dieci minuti. Con il tuo solito bicchiere d’analcolico in mano perché la birra gonfia, il vino stanca e  il mojito lo gusto solo in quel barettino sulla spiaggia di Formentera. E poi non si può bere tutte le sere come nel week end. Altrimenti a cosa servirebbe andare in palestra bionda. «Proprio paura magari no. Altrimenti a cosa servirebbe andare in palestra?». Ride lui, ride lei. Non rido io. Tra i due c’è feeling. Il vuoto pneumatico delle loro argomentazioni è una calda coperta che mi lascia fuori i piedi. Adoro questi momenti. Tutto è pronto per sparire. Ti senti fuori luogo, sei fuori luogo, decidi di andare in un altro luogo. Ma lo fai senza salutare, stupendoti ogni volta che la tua dipartita sia talmente ininfluente ai fini del risultato che potresti giocare per sempre i minuti conclusivi di una partita già segnata. Già persa. Nessuno si accorge di te. Il campione è uscito e tu non hai nulla da chiedere o da dare. Sei lì. E poi non ci sei più. Alla fine non risulti nemmeno maleducato. Saluterai in un altro momento. Tanto siamo tutti qui, prima o poi ci si ribecca. Ribeccarsi, Dio fa che non sia così. Primo perché non ho più voglia di vedervi e secondo perché non mi piace proprio la voce del verbo ribeccare. Coniugazione che contiene un qualcosa di già visto. E io mi annoio. Non ho un bicchiere in mano, posso scivolare via facendo finta di essere un semplice passante. Uno di quelli che rallenta il passo per guardare distrattamente una vetrina di telefoni cellulari ai suoi occhi indispensabili ma così inspiegabilmente inutili nelle loro infinite funzioni. Dai, faccio il guardatore di telefonini ed è fatta. Uno, due e…tre. Sono fuori! Sono scappato dal cerchio di fuoco, sono di nuovo in un mondo reale. Fatto di passanti che guardano vetrine di cellulari. La vita è bella. Anche senza aperitivo. E che ci rimani sempre dentro, con quella storia del vulvodromo. Tu ti stai facendo gli stracazzi tuoi e camminando dici che, insomma, qualche bella figa sarà il caso di vederla. Pessima idea. La fauna migliore sta con la gente peggiore. Specie se tu non sei né gazzella né leone. Ma ti senti maledettamente bradipo. Insomma, se non hai voglia di correre resta a casa. Ma io stavo solo camminando…R-E-S-T-A a casa! Resto a casa. O forse no. Certo che questa città è proprio bella. Non saprei dire come fosse prima. Prima dei negri, intendo. Ma desso è veramente bella. Intanto sento le stagioni che cambiano anche se la bionda e lo splendido direbbero che anche loro non sono più come una volta. Un giorno mi metto i bermuda e un altro giorno ho la sciarpa. Meraviglioso, se ci pensi bene. Oggi ho addosso solo un pizzico di malinconia, il mio vestito preferito. Giro l’angolo e mi butto in un vicolo stretto che mi regala l’accesso a questa piazza. Alberi, terra e una fontana di pietra al centro. Si potrebbe giocare alla petanque se fossimo dei mangiarane. Panchine in ferro battuto con venature di legno e mamma con bambino in bicicletta. Le sette de la tarde, sole rosso e aria che scalda la suddetta malinconia. Bello camminare. La tentazione di guardarti i piedi è forte ma ogni volta che alzi lo sguardo trovi un particolare nuovo nella tua vita. Occhi sui piedi e sei lo stesso, schiena dritta e magari domani comincio la dieta. Occhi sui piedi e sei lo stesso, collo disteso e devo chiamare mia sorella. Occhi sui piedi e sei lo stesso, battito di ciglia perpendicolare al terreno e che buona era oggi la pasta della nonna. Bello camminare, si diceva. Bisognerebbe muoversi solo dalle 19 alle 19.45. Perché con il passare dei giorni t’accorgeresti che cambia il tempo. È una questione di luce.

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