Welcome to Miami

A Miami si mangia il pollo. Tanto pollo. Troppo pollo. Per fortuna lo cucinano in maniera variegata: fritto, fritto fritto, frittissimo, molto fritto. E grigliato. Io ho mangiato pollo come tutti i polli che mangiano a Miami. Costava poco ed era buono ma non buonissimo. Perché dopo dieci giorni di croccante ripetitività anche il caviale sembra sbobba. Che poi, a me, il caviale fa cagare e preferisco il pollo. Questa alimentazione variegata fa sì che la città possa venire scambiata per un grande pollaio, corredata da scalette corte e piene di merda. Un po’ come la vita. Ma non è così! Miami, intendo. Che, poi, la vita può essere pure corta ma se la passi a Miami proprio di merda non è. C’è la spiaggia, tanta spiaggia. L’acqua costa 23 dollari a bottiglietta ed è meglio spararsi una cochina da sette dollari, che ne bevi tre e ti avvicini velocemente allo stato di forma degli indigeni. Sono ciccioni, tutti. Molti. Parecchi. Vanno nei fast food e scelgono grossi bicchieri con cui attingere soft drink ad libitum. Potrebbero prendere bicchieri piccoli pagandoli di meno e riempiendoli comunque all’infinito ma, no, loro vogliono tanta cochina alzando le loro lardose chiappe il meno possibile. Il tutto concluso con un refill finale da portare in macchina. Ecco, la macchina. Ne hanno di enormi e amano sgasare ai semafori. La benzina non costa niente e la distruzione dell’ambiente costa molto solo a noi patetici ecologisti. Loro vivono senza porsi grandi domande ma ascoltandone una tutti i giorni: come posso esserle utile? Dall’interfono di un qualsiasi fat&drive si materializza questa formula magica che riempie le pance di chi consuma tutto sul proprio sedile e che dal sedile non vorrebbe mai staccarsi. Descritta così lammerica non è un granché…fottuto snobismo europeo. A ben guardare ci sono splendide iguane e strani uccelli con un grosso becco ricurvo, pavoni lasciati liberi di avvicinarsi alla sabbia e gechi panciuti dalla coda arrotolata. Tutto in un lembo di terra baciato dal sole e dalla voglia di bere birra a prescindere. I ragazzi non hanno molto da mostrarti: qui hanno ammazzato Versace, questo è il primo palazzo in cui è stata montata l’aria condizionata, là fanno un pollo fritto buonissimo, ecco la villa di Beckham…uh…guardate un cormorano! Cagate, insomma. Però c’è il mare. Caldissimo, limpido e con una razza che nuota. Sullo sfondo immense navi da crociera provenienti dai Caraibi e pronte a scaricare quintali di spazzatura in infradito. Tutti a caccia dell’anima cubana di una città che non parla inglese perché di anglosassone ha solo la tendenza a mangiare male. E, allora, tutti a Little Havana: simulacro di una Cuba da cartolina messa lì come trampa para turistas tra negozi di sigari e ristoranti massacrati dall’aria condizionata killer. Fuori sudi anche quando alzi il braccio per fermare un taxi, dentro disquisisci di Fidél con dei pinguini anarco insurrezionalisti. Io a Miami ci voglio tornare, sono stato troppo bene. Fighe non ce ne sono, lo dico subito. Il mito delle tornite chiappette sudamericane che ballonzalono per Ocean Drive è a uso e consumo del solo Bobo Vieri che, evidentemente, vive una città che io non posso conoscere per motivi misteriosi. Meglio i ragazzi, categoria da me poco esplorata se non per la condivisione di un qualche combattimento illegale tra polli. Che poi vengono fritti. Sono andato anche a Key Biscayne, ci ho impiegato tre ore perché l’unica via d’accesso a questa isola da sogno con vista su Down Town era stata chiusa dalla polizia per colpa di un pazzo armato che minacciava di sparare cazzate. Alla fine lo hanno immobilizzato e identificato, pare fosse un politico italiano dallo spiccato accento fiorentino (la prima cosa è vera….la seconda verosimile). Key Biscayne è un’isola vera. Poi ne hanno create ventidue da vendere ai miliardari di tutto il mondo, la più grande e costosa pare sia di un medico che ha inventato un supporto all’erezione di colore blu che aiuta l’erezione di tutti i colori, non solo di quelli blu. Che, poi, dell’attività sessuale dei Puffi cosa ne vogliamo sapere? Con una sola donna per tutti quegli uomini…rimane solo l’onanismo di massa, ‘sti poveracci saranno anche alti due mele e poco più ma la loro banana ha comunque delle esigenze. Anyway, sono andato a Wynwood, quartiere che ricorda la Zona Artigianale Industriale di Verona ma che è diventata super cool grazie a qualche scappato di casa che ha pitturato i muri con voglia di street art dando il via a una riqualificazione orientata all’innalzamento dei prezzi immobiliari con conseguente fuga degli scappati di casa che, alla fine, sono scappati veramente dalla loro casa. Magari prendendo Uber, un servizio di car sharing di cui sono diventato dipendente (no, non lavoro per loro) e che in Italia non trovo perché la liberalizzazione qui fa schifo. Che poi gli yellow cab ci sono anche a Miami e, alla fine, solo il mercato stabilisce le priorità di scelta. D’altra parte, sono cose che noi mangiaspaghetti non possiamo/vogliamo/dobbiamo capire. Noi, polli veri. Ormai fritti da tempo immemore.

 

Questo racconto è il sunto semiserio di dieci giorni passati a Miami e commentati in maniera altrettanto semiseria dalle Instagram Stories de @ilpincanello

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3 risposte a "Welcome to Miami"

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      1. Una società segreta e rivoluzionaria che viene scovata semplicemente inserendo la parola “viaggi”… Mi sa che bisogna lavorare un po’ sulla copertura allora! 😂

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