Billy The Marlin – Miami Parte Seconda

Quindi questo è il baseball. Quello vero, intendo. Non quella versione a uso e consumo di tutti che lo definiscono (senza conoscere) noioso e pieno di pause. Il baseball, quello vero, non è noioso ma noiosissimo. E le pause…beh…eh…mah…pause…quelle…beh…quante ne vuoi. Ma il suo incredibile fascino sta proprio in questo: nell’aspettare che succeda qualcosa in uno sport dove non succede un cazzo. Apparentemente. E tu aspetti. In Italia daresti fuoco alle tribune dopo quindici minuti di nulla; in America, invece, dopo quindici minuti di nulla hai bruciato solo la carta di credito. Birra media a undici dollari, hamburger a sedici dollari, patatine a venti dollari, bottiglietta d’acqua a cinquanta dollari. No, su quest’ultimo dato non ho conferma, ma solo perché l’acqua non si vende, non la vuole nessuno. Tutti vogliono zucchero e alcol con zucchero in un bicchiere di zucchero. Di canna, più leggero. La partita si divide in nove inning e vince la squadra che scatena meno casi d’orchite. Ogni team ha nove giocatori e ogni giocatore ha nove vite per sopravvivere all’orchite di cui sopra. Si giocano 162 (giuro è vero!) partite di stagione regolare di cui la metà, ovviamente, in casa. L’abbonamento è in vendita solo per dissociati e zombie, altre categorie subumane non sono considerate. Io sono andato a vedere i Miami Marlins, una delle squadre più scassate della lega. Questo non ha aiutato. Lo stadio era più vuoto del mio cervello quando cerco di seguire i discorsi di mia madre. Balle di fieno, balle di fieno nel mio cervello, balle di fieno al Marlins Park. Ho avuto tanto entusiasmo, lo ammetto. L’entusiasmo mi ha sorretto come morfina nella battaglia del Teth (“Cosa c’entrano queste stronzate sul Viet Nam?” – cit. Grande Lebowski) e ho vinto la mia battaglia contro il nichilismo riempiendomi di birra. Da undici dollari. Primo inning: tutto bello, tutto veramente bello. Un bambino nel Paese delle Meraviglie. Bello lo stadio, belle le poltroncine blu di plastica, bella la piscina dove nuota il cadavere di un delfino, bello. Giuro. Secondo inning: adesso mi metto qui e cerco di capire sulla base di quello che ho, frettolosamente, letto venendo allo stadio. Quindi, quello lancia, l’altro batte, non batte, batte così così, non batte più. Ed entra un altro che batte, non batte, batte così così, non batte più. Ed entra un altro che batte…birra! Terzo inning: noooo…c’è un simulatore per fare quello che batte, non batte, batte così cosi e, poi, non batte più! Devo ASSOLUTAMENTE provarlo. Occhiali, mazza e batto. In realtà non batto niente, neppure così così. Alla fine non batto più perché faccio schifo. E m’incazzo pure. Quarto inning: lo store dello stadio. Il peggior nemico di ogni moglie, il buco nero dentro cui finiscono mesi di stipendi, l’accattivante fiera delle vanità in cui un ditale dei Marlins diventa l’oggetto del desiderio (a venti dollari). Devo avere qualcosa, devo comprare. La maglia da gioco costa 108 dollari, è meravigliosa. Non la userò mai perché non batto, ect ect. Però devo averla. Sono lacerato dal dubbio, 108 dollari sono tanti e ne ho già spesi 156 di noccioline…resisto, dai. La compro un’altra volta. Falso! Non tornerai mai più, ti serve un ricordo di questa serata, subito! Prendo in mano la XL, mi fa da pigiama eppure sono 191 cm per 112 chili (sì, mi devo mettere a dieta ma non qui a Miami, Cristo!). Chiedere una L è contro la mia religione. Esco dallo store sdegnato sventolando due ditoni di gommapiuma appena comprati. Quinto inning: Billy the Marlin la mascotte. Maledetto pescione di gommapiuma antropomorfo. Dove diavolo ti sei cacciato??? Voglio una foto con Billy The Marlin. Voglio portarmi a casa un pezzo di America. Vado al bancone della Budweiser e non lo trovo, alzo lo sguardo e lo vedo regalare ai tifosi due buoni da un dollaro per comprare un taco da quindici dollari. Tutti amano Billy per questa sua generosità. Io sono quasi in lacrime, non voglio il buono da un dollaro (sarebbe sperare troppo!), voglio solo una foto. Così poi la mando al mio amico Carletto Muzzi rinfocolando una sfida estenuante a chi si fa più selfie con le mascotte di ogni sport. «Billy! Gesù, vieni qui!». Billy non viene. Lo cerco al Paradiso delle Costolette ma lui si pavoneggia dietro una gigantesca macchina dello zucchero filato. Scatto in maniera decisa verso il banchetto dei Bretzel ma lui sta già ballando tra due svenevoli cheerleader (le mitologiche Marlins Mermaids). Io lo cerco, lui è più impegnato di Berlusconi nelle cene eleganti di Villa Certosa. Alla fine, però, lo becco. Lui mi guarda terrorizzato cercando gli agenti della sicurezza ma, seppur riluttante, mi concede il suo sorriso ebete. Sono felice! Sesto inning: birra. Settimo inning: cerco di tornare al mio posto da venti dollari (Home Run Porch), il peggiore dello stadio. Vengo, però, catturato dal museo della Bubble Head, le teste penzolanti. O babbolanti, vedete voi. Trattasi di stupide statuette di platica raffiguranti personaggi famosi del mondo del baseball (ma possono ritrarre chiunque) la cui ipnotica caratteristica risiede nel movimento ondulatoria di una testa dalle dimensioni sproporzionate rispetto al corpo. Nel museo ce ne sono centinaia e non conosco neppure uno dei giocatori ritratti ma so molto bene una cosa: ne voglio una! Lo dice quella testa ballonzolante: «comprami idiota, comprami!». Se una testa ballonzolante mi dice di fare qualcosa chi sono io per non farlo? Il problema è che ogni statuetta costa duecento dollari e la mia carta di credito pare esausta. Cerco di rianimarla con un’iniezione di cash ma lei non dà segni di risveglio. Il commesso la rigetta con disgusto e mi sembra di leggere tra le sue labbra parole dure come “pivello” e “barbone”. Tutto in inglese. Ma non conoscendo io il significato di quello che mi diceva il losco figuro, ho voluto interpretare il tutto così. Ottavo inning: la partita è entrata nel vivo. Gli Arizona Diamond Backs stanno vincendo 1-0. Non mi sono accorto di nulla, ovviamente. Bisogna restare inchiodati al proprio posto perché il bello sta arrivando. Sento elettricità nell’aria, sento attesa, sento fiducia. Sento arrivare il mio Uber per tornare in albergo. Nono inning: via le scarpe e salto felino sul lettone, telecomando e ricerca spasmodica di notizie su un mondiale di calcio che mi è del tutto irrilevante. Sulla Fox fanno i Marlins, grande! Posso vedermi l’ultimo inning…sonno profondo, titoli di coda e buona notte.

 

P.s. sono tornato a vedere i Marlins due giorni dopo contro i New York Mets. Mi sono ancora divertito. Anche se la carta di credito era stata bloccata.

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