Il mio mondo è Venezia

Io da qui sento il loro profumo. Aspetto aprile, forse maggio. Sono corte, larghe e schiacciate con un colore verde che può virare al grigio. Per prenderle usiamo le trezze, poggiandole sul fondo della laguna. E poi ci aiutiamo con le serraglie. Boccino lanciato…adesso vediamo! Le serraglie sono dei cassoni fatti di pali, li mettiamo in acqua all’inizio della stagione. Puliti, ordinati. E collegati a essi ci sono i cogolliche somigliano a dei piccoli imbuti in cui ci finiscono per forza. Ci devono finire. Tutto quello che catturiamo viene buttato dentro sacchi di iuta per mantenere la giusta umidità e per trasportarle nei casoni, dove facciamo la selezione. Primo scarto! Prima boccia delle quattro. Mi sento fortunato…mi sento fortissimo! Vai con l’accosto… Dentro il casone vediamo quali sono quelle che stanno cambiando il carapace, le più molli. Le altre le ributtiamo in mare. Quelle selezionate vanno messe dentro casse di legno e semi sommerse nell’acqua salata in modo da permettere la muta della stagione. Il biberòn!!! Al primo colpo! Urca…boccia a un soffio dal boccino. Adesso sparatevi un mezzo fermo se volete portarmi via il punto! Ora, questa è la storia delle moeche, alcuni dicono molecheperché sono molli. Appunto. Le moechesono granchi delle nostre parti. Sono granchi della laguna. Sono bestie da scartosso, roba da mangiare per le calli o sulle tavole delle famiglie veneziane. È roba nostra, roba da condividere con chi si avvicina al Leone con la giusta deferenza. Chi vuole sentire il sapore di Venezia le mangia. Ecco…lo sapevo…arriva il bocciatore di turno e finisce che vola tutto per aria. Io lo odio quello lì. Due passi leggeri, il solito tiro al volo e…SBAM!…la mia boccia finisce quasi fuori dal legno. Tutto da rifare.Come cucinarle? Qualcuno dice bollite. Ma sarebbe come andare fino a Roma e non vedere il Papa. Io faccio così: preparo una bacinella e gli rompo dentro una ventina di uova. Le sbatto come se dovessi fare un’enorme frittata. Poi ci ammollo le moechevive e le lascio lì. Loro si dibattono inizialmente ma poi cominciano a mangiare tutto l’uovo in cui sono immerse. E piano piano, lo finiscono. Mentre si gustano l’ultima cena, preparo la farina sul tavolo. Io sono più un puntatore, le mie bocce danzano leggere sulla pista. Arrivano sempre a un soffio. Per quello preferisco giocare in coppia. Io costruisco e qualcun altro distrugge. Alla fine del turno la nostra coppia vince sempre. Da solo non mi ci trovo. Lo sanno tutti alla bocciofila di San Sebastiano. Quando l’olio è veramente bollente, prendo le moechee le butto dentro. Vive. Sembra orribile e forse lo è. Eppure quando prendono “un color rosso dorato ch’è una bellezza, e un sapore dolcigno, che s’associa squisitamente ad un gusto piccante d’aliga e di mare” io divento matto e penso sempre alle parole del pittore Elio Zorzi. Il mio mondo è questo. Fatto dell’acciaio delle bocce e della terra su cui rotolano. Il mio mondo ha regole e rituali. Il mio mondo è piccolo ma immenso. Il mio mondo è Venezia.

tratto da Athleta Magazine Numero Tre

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